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Il Presepe della Tradizione Napoletana

Il Presepe della Tradizione Napoletana

Il Presepe della tradizione napoletana è autobiografia di Napoli, uno scorcio, una veduta, una cartolina. Questo ritratto riproduce l’evento luminoso di Dio che si fa umo, con modi semplici ed arcaici: povere forme di sughero o di cartapesta, un pò di creta modellata, legno, carta stagnola, oggetti di una tradizione povera ma tenace e persistente che corre lungo il tempo come

 un sentiero non smarrito.

Il Presepe è anche tradizione e per questo che entra in quella cerniera del tempo che sono le generazioni. Nella napoletana famiglia eduardiana di Casa Cupiello, l’ostilità generazionale di Luca si esprime con il rifiuto di lode al presepe paterno. In quel presepe il padre vuole proiettare l’unità della propria famiglia in idea che nella realtà non esiste, sopraffatta dai tempi e da altre vicende.

A ciascuno il suo Presepe

Il Presepe nasce come bisogno dell’uomo e non ammette limiti alla fantasia: tanto resta sempre “una cosa religiosa”. E l’uomo che si sforza di rappresentare il mistero della nascita, o la nascita come mistero, è certamente un uomo religioso.

Il Presepe diventa quindi per i napoletani il “museo  etnografico” della memoria del popolo. Infatti quando un personaggio famoso o popolare sparisce dalla realtà, i napoletani lo celebrano sul loro Presepe. Il Pianino, il Ciabattino, Eduardo, Totò, Pulcinella, non hanno avuto un monumento nelle piazze, una targa sul muro, ma avranno il loro posto per suonare, martellare, recitare, cantare, ballare su quel teatro di sughero che manderà in scena, almeno una volta all’anno, la Sacra Rappresentazione.

Le anime belle, le figurine del presepe, le persone oneste… Ne ho conosciute tante, erano tutte come te. Facevano le tue domande… E con voi, il mondo diventa più fantasioso, più colorato… Ma non cambia mai!

Benino

C’era una volta un pastorello. Aveva 12 pecore e un cane. Ogni giorno, lasciata la sua casa, si avviava verso la collina verdeggiante per il pascolo. Benino, questo era il nome del pastorello, amava le sue pecore come compagne di gioco, le

riconosceva tutte e ad ognuna di loro aveva dato un nome. Il nome di una stella precisamente: Aldebaran, Danab, Sirio, Betelgeuse, Bellatrix, Rigel, Elnath, Alcaid, Mizar, Alioth, Megres e Merak. 

Sul poggio erboso le bestiole bevevano la rugiada del mattino e le più piccole succhiavano il latte dalle madri. Con una canna di bambù Benino si era fatto un flauto con tre buchi che gli serviva per richiamare le pecore. Una borraccia di pelle con acqua sempre fresca. Una pietra, particolarmente cara a Benino, fatta quasi a forma di cuscino, gli serviva per appoggiare la testa quando, a metà mattina, il pastorello si riposava sotto l’albero.

Fu in quel periodo che una stella con la coda attraversò il cielo proprio sulla terra. Il Sole era allora nella costellazione dei Gemelli, tra il Toro ed il Cancro. Il massimo splendore della luce. Benino, con la testa poggiata sulla pietra, era stanco quel giorno come non mai. E il silenzio, il profumo dei fiori e delle erbe medicamentose gli chiudevano gli occhi al sonno per aprirgli la mente al sogno.

Il sogno di Benino

L’ultima nota non uscì dal suo zufolo che già stava sognando. In cielo la Stella con la coda fu più lucente. In terra le 12 pecorelle

zittirono d’incanto. La sospensione del sogno porta ognuno sulla soglia dell’essere e del non essere. Chi può essere sicuro di risvegliarsi? nessuno conosce il momento che unisce il reale con l’irreale. E neanche Benino lo sapeva.

Il pastoraro napoletano sa che Benino sta sognando proprio il Presepe con tutte le sue scene: le discese dei contadini che portano i doni, i cammelli che portano i Re Magi, il fiume che gorgoglia carta argentata. Guai a svegliarlo!

La conseguenza sarebbe quella di far svanire in un solo momento il suo sogno: il Presepe.

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